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Lo Squalificato di Osamu Dazai

Tutto ciò che io sento, sono gli attacchi d’apprensione e terrore all’idea d’essere l’unico individuo assolutamente diverso dagli altri. Mi è quasi impossibile conversare col prossimo.
Di cosa dovrei parlare, in che modo dovrei dirlo? Lo ignoro.
Quantunque degli esseri umani avessi un terrore mortale, sembravo assolutamente incapace di rinunciare alla loro compagnia.

Che disagio si prova ad essere amati.

I deboli paventano la felicità nuda. Possono farsi male nella bambagia. A volte perfino la felicità li ferisce.

Che mai intendeva per “società”, mi domandavo? Il plurale di essere umano? In che s’identificava la sostanza di questa cosidetta “società”? Avevo passato tutta la vita a ripetermi che la società doveva essere sicuramente qualcosa di poderoso, aspro e severo, ma a sentir parlare Horiki, mi sentivo venire sulla punta della lingua quete parole: “Alludi forse a te stesso?”

Cos’è mai la società, in fin dei conti, se non un individuo?

Gli esseri umani non soggiaciono mai agli esseri umani.

È una colpa, mi chiedo, la fiducia nel prossimo?

A questo mondo ci sono infelici di ogni specie. Immagino non sarebbe esagerato dire che il mondo è composto per intero da infelici. Ma costoro possono vendicare la propria disperazione dando battaglia a viso aperto alla società, e questa, dal canto suo, compatisce e comprende facilmente simili battaglie.

Ora non sono felice, ma non sono nemmeno infelice.
Tutto passa.
Questa è la sola e l’unica cosa che a parer mio s’avvicini alla verità, nella società degli esseri umani, dove ho dimorato sin oggi come in un inferno rovente.
Tutto passa.

 

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