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Le Città Invisibili di Italo Calvino

I desideri sono già ricordi.

Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, di seghettature, intagli, svirgole.

La città ti appare come un tutto in cui nessun desiderio va perduto e di cui tu fai parte, e poichè essa gode tutto quello che tu non godi, a te non resta che abitare questo desiderio ed esserne contento.

Nella forme che il vento e il caso danno alle nuvole l’uomo è già intento a riconoscere figure: un veliero, una mano, un elefante…

Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone.

Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d’avere: l’estraneità di ciò che non sei o non possiedi più ti aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti.

I futuri non realizzati sono solo rami del passato: rami secchi.

L’altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà.

Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un’altra.

D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che da a una tua domanda.

Scrutando le tracce di felicità che ancora s’intravedono, ne misuro la penuria. Se vuoi sapere quanto buio hai intorno, devi aguzzare lo sguardo sulle fioche luci lontane.

Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.
-Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? – Chiede Kublai Kan.
–Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra,- risponde Marco,- ma dalla linea dell’arco che esse formano.
Kublai kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge: -Perché mi parli delle pietre? E’ solo dell’arco che m’importa.
Marco Polo risponde: -Senza pietre non c’è arco.

Non le labili nebbie della memoria nè l’asciutta trasparenza, ma il bruciaticcio delle vite bruciate che forma una crosta sulla città, la spugna gonfia di materia vitale che non scorre più, l’ingorgo di passato presente futuro che blocca le esistenze calcificate nell’illusione del movimento: questo trovavi al termine del viaggio.

La città per chi passa senza entrarci è una, e un’altra per chi ne è preso e non ne esce; una è la città in cui si arriva la prima volta, un’altra quella che si lascia per non tornare; ognuna merita un nome diverso; forse di Irene ho già parlato sotto altri nomi, forse non ho parlato che di Irene.

Chi comanda al racconto non è la voce: è l’orecchio.

Viaggiando ci s’accorge che le differenze si perdono: ogni città va assomigliando a tutte le città, i luoghi si scambiano forma ordine distanze, un pulviscolo informe invade i continenti.

Anche a Raissa, città triste, corre un filo invisibile che allaccia un essere vivente a un altro per un attimo e si disfa, poi torna a tendersi tra punti in movimento, disegnando nuove rapide figure cosicchè a ogni secondo la città infelice contiene una città felice che nemmeno sa di esistere.

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

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